Nel Paese delle Creature Selvagge

Per colorare di fantasia un lungo pomeriggio di vacanza insieme ai bambini, cosa c’è di meglio di un bel film da vedere a casa? Ecco allora un piccolo consiglio cinematografico da “divano e pantofole”.

Il regista Spike Jonze, geniale ritrattista dei chiaroscuri dell’anima, si è cimentato qualche anno fa nella rappresentazione sul grande schermo de “Nel Paese delle Creature Selvagge”, libro tanto noto in America, quanto controverso.
Lontano dall’offrire una visione edulcorata della vita, il film, così come il testo a cui è legato, non è andato esente da critiche, talvolta anche piuttosto aspre. Eppure, ha il pregio di offrire una ricchezza di spunti di riflessione estremamente interessanti e può costituire un buono strumento pedagogico nelle mani del genitore che sia interessato a regalare al proprio figlio qualche chiave di lettura che lo apra ad una visione più profonda e consapevole del mondo delle emozioni.

Protagonista della storia è Max, un bimbo come tanti, che patisce la separazione dei suoi genitori e reagisce alla disattenzione della famiglia con attacchi di rabbia incontrollata. 

La sua fantastica avventura nel mondo “delle creature selvagge” ha inizio proprio quando, dopo una violenta lite con la madre, il piccolo scappa di casa. Durante la fuga si imbatte in enormi e… pelosi esseri animati, all’apparenza spaventosi, che ben presto si rivelano bonari ed inclini a simpatizzare col nuovo arrivato. È l’inizio di un viaggio interiore.

Per lo spettatore adulto infatti non sarà difficile intuire che le creature selvagge non sono altro che una simbolica rappresentazione delle irruenti emozioni del protagonista. Ognuna ha un nome proprio e un suo preciso “carattere”; tutte vorrebbero primeggiare, ma, in realtà, non possono vivere le une senza le altre.

Il bambino, sulle prime, sentendosi minacciato dagli sconosciuti esseri pelosi reagisce istintivamente alla paura con un tentativo di controllo della situazione: dà fondo a tutta la sua fantasia, inventa di essere un re e con una puerile manipolazione riesce ad imporre il proprio dominio alle creature. Per un po’ il gioco del controllo sembra riuscire alla perfezione e dare risultati da sogno… Ma il precario equilibrio così fondato è destinato ad entrare presto in crisi. Le emozioni, infatti non possono essere controllate e, tantomeno, dominate, senza effetti deleteri sul lungo termine. Così come, naturalmente, non possono essere subite in modo passivo.

Il film attinge dalla psicologia e insegna che le emozioni vanno ascoltate, accettate, comprese… E perdonate. Proprio come fa il piccolo Max con Carol, la creatura selvaggia con la quale crea il rapporto più simbiotico: quella che, come lui, manifestava il grande desiderio di ottenere una vita “più tranquilla” e sperava che lo scopo si potesse ottenere delegando ogni scelta ad un infallibile re(pressore) da cui pretendere la perfezione e contro cui scagliarsi con rabbia, al primo errore commesso.

Grazie ad una lunga serie di buffe e fantasmagoriche peripezie che divertiranno i bambini (…mentre gli adulti faranno meglio concentrarsi sulla bellezza della fotografia e la qualità tecnica delle immagini), il protagonista salderà un rapporto di amicizia con tutte le creature/emozioni, finendo così per creare inconsapevolmente un clima di armonia. Presupposto che gli darà finalmente quella pace interiore da cui scaturisce il liberatorio istinto del perdono.

La storia e la vita del bimbo prendono dunque una svolta. Quando Max perdona Carol per il suo destabilizzante e spaventoso scoppio d’ira, in realtà sta anche perdonando a se stesso il fatto di aver aggredito la mamma la sera precedente. 

Max riesce a esercitare il perdono perché, di fatto, ha capito che le creature/emozioni sono istintive e fanno quel che fanno solo per rispondere impulsivamente ad un bisogno interiore cui vogliono dare voce. Le emozioni di per sé non sono mai “cattive”: lo diventano solo quando non vengono ascoltate e comprese. 

Dal punto di vista strettamente artistico il film sfiora la perfezione nei primi 15-20 minuti; poi rischia di far perdere il filo del tema pedagogico indugiando un po’ troppo fra le avventure fantastiche. Ciononostante è davvero lodevole per la capacità di trasmettere due messaggi, in sé  molto complessi.

Il primo: una crisi non è un fallimento, ma un’opportunità. Il drammatico scontro tra Max e la mamma diventa funzionale al raggiungimento di un nuovo e migliore equilibrio interiore del bambino, che rinnova e accresce, poi, anche il rapporto filiale. Questo, perché alla crisi è seguita un’adeguata pausa di riflessione introspettiva che ha consentito al bimbo di fare un passo avanti nella crescita.

Il secondo: la perfezione non esiste e, soprattutto, non è un requisito necessario per essere degni d’amore. Il piccolo Max non è perfetto; la sua mamma non è perfetta; Carol non lo è, e neppure le altre creature selvagge lo sono. Tutti commettono errori, ciascuno ha le proprie nobiltà. Tutti però sono degni d’amore. Anche la mamma disattenta… Lo sa bene il protagonista, che, una volta sperimentata la bellezza del perdono, torna da lei a braccia aperte. E noi ce ne accorgiamo nella scena finale, quando lui, bambino, rivolge a lei, adulta, uno sguardo di rassegnata tenerezza.

(Foto: locandina del film)

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